I pinguini di Madagascar di Eric Darnell e Simon J. Smith

 

Correva il 2005 quando un eterogeneo gruppetto di animali selvaggi – imbolsiti dalla comoda vita da zoo – si ritrovarono, senza volerlo, dalla giungla urbana di New York a quella ancora più frenetica e pericolosa dell’isola al largo delle coste orientali dell’Africa. Due sequel partoriti con arguzia e una genuina demenzialità conferita da un’aura quasi mitica e indimenticabile dopo, la Dreamworks amplia il fenomeno Madagascar con i pinguini più eleganti, intelligenti, ‘carini e coccolosi’ che l’animazione ricordi.

Perché Skipper, Kowalski, Rico e Soldato non si riducono a semplice un’unità di élite (come amano presentarsi) quando si tratta di salvare il mondo, ma la loro velocità e sicurezza nel risolvere in maniera paradossale le situazioni complicate è l’arma segreta di un umorismo ad orologeria attraverso cui far funzionare la commedia. Non c’era dunque bisogno di uno spin-off sulle quattro canaglie seconde solo ai Minion (Cattivissimo me) in qualità di comprimarie, per superare di gran lunga in simpatia i loro sodali d’avventura lasciati al circo di Alex, Gloria, Melman e Martin. Tanto si sa, l’improvvisazione artigianale – all’interno di un contesto fin troppo popolare- la spunta sempre sulla tecnologia più d’avanguardia: tra voli acrobatici, documentari antartici, innamoramenti interspecie e un maligno polpo mutaforma dal triste passato, I Pinguini di Madagascar è un film a tutta velocità, attento alla morale pur senza rinunciare ad un sovrano indiscusso nonsense. Un’ilarità dispettosa che vede nel trionfo – sopra ogni fallimento – l’obiettivo dichiarato per esporre e divertire dentro un immaginario anarchico quanto a ricasco televisivo.

i pinguini di madagascar sul tetto di un palazzo in una scena del film

Maestri dell’azione in assenza di qualsivoglia strategia, Skipper & soci non hanno certo la presunzione di intavolare alcun discorso oltre al gioco filmico lungo nell’arco di un’ora e mezza. Dalla presa in giro meta-cinematografica allo slapstick più gratuito, la vocazione grottesca è il mezzo e il fine con cui partecipare starnazzando alle disavventure da l’happy-ending volontario, anche quanto tutto sembrava ormai piegato al peggio. Se è vero che le profondità tematiche nell’animazione sono da cercarsi in pellicole Pixar o da maestri orientali quali Miyazaki, bisogna altresì riconoscere a Eric Darnell e Simon J. Smith la capacità di inventare gag visive di primo livello, grazie all’accumulo frenetico di sketch a valanga nonostante dinamiche basilari e d’altronde prevedibili.

Scopriamo così una trama surreale, con un livello artistico elevato ed assemblata col buon ritmo di un’operazione tesa ad ampliare il proprio brand per dar vita a personaggi dalla prolungata esposizione. Una mentalità che al di là della mitragliata di comicità riuscite, rischia però nella seconda parte di accomodarsi su una narrazione ampia ma troppo chiusa in sè stessa; tirando le fila pigramente sino al rassicurante finale. Nel momento in cui si deve preoccupare più della storia (come la parabola sul riscatto di Soldato, ‘piccolo e tenero’, perciò relegato fuori dall’azione), I Pinguini di Madagascar perde inevitabilmente qualche colpo e rifugge spesso dal tentativo di innovarsi. Eppure lungi dal disarmante stupore di chi l’ha preceduto, possiede già tutti gli elementi per essere il primo tassello di un ennesimo franchise di successo. Re Julien permettendo!

I pinguini di Madagascar

  • Regia: Eric Darnell e Simon J. Smith
  • USA 2014

Trailer de I Pinguini di Madagascar

Francesco Bruni

Lynchiano di spirito, Malickiano di adozione, mi cimento con la 7 Arte da quando possiedo memoria. Ho collaborato con diverse testate online, esplorando il cinema in tutte le sue forme, prodigandomi nella tecnica audiovisiva come nella scrittura di critica giornalistica. DaDamovie è il mio primo blog cinematografico.  

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